10 agosto 2019 | Persone
Volevo che le persone entrassero un po' nel mio abisso
Marta Viola racconta il suo libro "Sangue Bianco"
by Alice Caracciolo
Fotografo

“Voci fin troppo distinte si sovrappongono senza alcuna grazia. Sorseggiando un buon vino bianco respiro a fatica gli odori della cena. Fumo di sigaretta, risate alcoliche, sguardi complici, racconti di anni passati. Resto in una bolla fluttuante, lo sguardo annebbiato. La vita sta scivolando via, nessuno se ne è accorto. La fotografia e la scrittura sono stati i mezzi utilizzati per vivere le mie giornate dopo la diagnosi di leucemia acuta mieloide [---]”

 

 

Così scrive Marta Viola nel suo libro “Sangue Bianco” - edito da Seipersei -, giovane fotografa di origine abruzzese. Oggi Marta sta bene, ha superato un periodo terribile di malattia, in cui le era stata diagnosticata una forma acuta di leucemia, ed è qui a raccontarmi di quei momenti e di come la fotografia sia stata sempre presente nel periodo - di quasi un anno - in cui ha vissuto in isolamento in una camera sterile di ospedale.

Era il 2016 quando è stata ricoverata a Napoli, dove ha trascorso più di un mese passando per il trasferimento all’ospedale di Pescara fino al momento del trapianto di midollo osseo.

Sfogliare le pagine così intense del suo libro e leggere le sue parole ti travolge e ti avvicina empaticamente a lei, in quella camera asettica, in quelle ore che non scorrevano mai. Le fotografie che ha scattato in quei giorni mi comunicano un grande senso di speranza, mi conducono nella lotta quotidiana di Marta, mi trasmettono tutta la sua forza e la voglia di non mollare.

 

La prima domanda che vorrei farti è sapere come stai. Chi è Marta oggi?

 

Domanda difficilissima, fammi pensare da dove posso iniziare. Marta oggi è una persona in crisi, nel senso costruttivo del termine. Sempre in bilico, consapevole, attenta, riflessiva.

Marta oggi fa quello che sente di fare e a volte si prende delle pause per ricaricare le batterie, perché ne ha bisogno.

Il peggio sembrerebbe essere passato (hai notato l’uso del condizionale?).

Però, arrivano anche tanti “però”. Ci sono cose che non torneranno più come prima, le sto ancora metabolizzando e non so se questo processo di accettazione avrà mai fine. Forse no, perché è una continua scoperta dei miei limiti, ogni momento mi rendo conto di dove posso arrivare. Vedo molte cose con più chiarezza, mi sento molto più fragile. Dove scopro di poterci essere, mi fermo e mi espando, anche per compensare ciò che non posso e potrò fare. Ragiono molto sulla mia condizione, sento come di avere una responsabilità nei confronti di questa seconda chance.

Mi sento molto esposta, alla vita e ai suoi pericoli. È come se la malattia avesse cancellato tutti i filtri e le maschere. Mi vedo, mi riconosco, non ho paura di chi sono.

Oggi cerco molto di più il silenzio.

 

Quando hai deciso di voler raccontare la tua storia personale con la fotografia e la scrittura?

 

A raccontarla ho iniziato subito, ho sentito l’esigenza di iniziare a scattare fotografie dal primo momento perché non vedevo bene. Ero sotto shock, oggi me ne rendo conto, anche se nessuno lo notava. Ho mantenuto sempre la calma, e ho fotografato l’ambiente intorno a me per accettare cosa mi stava accadendo. Era un modo per conoscere quel luogo asettico in cui mi hanno ripresa per un pelo.

Dicevo, oggi non ci vedo bene, ma prima o poi starò meglio e vedrò cosa sto fotografando.

A scrivere ho iniziato dopo pochi giorni. Stavo malissimo, ma naturalmente nessuno poteva capire. A tratti neanche io riuscivo a contenere tutto quel dolore, fisico ed emotivo. Scrivevo per buttare fuori quello che non poteva avere voce. Dovevo dare un significato a tutto, prima di poterne parlare. Mi sono resa conto che non c’era nessuna risposta a quello che mi era successo. Stavo così, infinitamente male. Scrivere e fermare le immagini è servito a sopportare tutto, a tenere la mente impegnata. Scandagliare le sensazioni e le percezioni per diventare loro amica.

Non potevo fare niente, bloccata in un letto. Non potevo neanche più toccare le persone o le cose. Tutto era pericoloso. Però carta e penna, il computer e la macchina fotografica, adeguatamente disinfettati, potevano starmi accanto.

Dopo il trapianto ho pensato che poteva avere senso condividere il mio vissuto, far percepire qualcosa in più a chi mi vedeva da fuori e da lontano.

Credo di aver intrapreso senza neanche rendermene conto una specie di battaglia verso il giudizio senza conoscenza. Chi mi vede adesso se non sa la mia storia non immagina cosa io abbia passato.

Volevo che le persone entrassero un po’ nel mio abisso, per sentirmi meno sola. Avevo bisogno che qualcuno capisse o che almeno ci provasse.

La cosa più bella è stata vedere le reazioni di chi ha letto il mio libro o è venuto ad ascoltarmi durante gli incontri di presentazione. Si sono creati momenti di condivisione molto forti.

 

La fotografia c’era già nella tua vita? 

 

La prima volta che ho usato una macchina fotografica avevo 10 anni ed ero con un gruppo scout credo. Si trattava di una piccola analogica per cui poi abbiamo sviluppato il rullino. Poi il nulla per anni, l’ho scoperta di nuovo nei miei viaggi di formazione durante gli anni universitari.

Da qualche anno c’è in maniera professionale.

Un lavoro su di me però non lo avevo mai fatto, i miei progetti fino a quel momento riguardavano lo studio dell’ambiente e alla narrazione dei territori, principalmente quelli della mia terra d’origine.

Quando mi sono ammalata mi sono cercata in tutte le fotografie possibili, forse per ricordarmi chi ero. In questo senso, la leucemia mi ha portato a fare un grande lavoro di analisi che ha riguardato le tante variazioni fisiche che ho vissuto, così come quelle degli stati d’animo.

Credo di essermi resa conto in quei mesi per la prima volta di quanto potesse essere potente questo mezzo.

Razionalmente lo sapevo, ma non lo avevo mai sentito in maniera così intima.

 

Credi che la fotografia sia stata, nel lungo periodo trascorso in ospedale, in qualche modo “terapeutica”?

 

Credo di sì. Questo è un diario, nato spontaneamente dalla mia esperienza. Non è un qualcosa che ho iniziato a fare perché credevo mi avrebbe fatto stare meglio.

Ho cercato la solitudine durante la malattia, mi ci sono rifugiata e ho richiesto agli “altri” di essere lasciata in pace per gran parte del mio isolamento in camera sterile. Ero concentrata sulla mia battaglia, giorno per giorno. Lavoravo al mio progetto, con un’attenzione che non ricordo di aver mai avuto prima.

Non mi sono resa conto che fosse così importante fin dall’inizio, avevo solo una necessità molto forte di esprimere quello che stavo vivendo. Piano piano questo progetto è diventato qualcosa che mi aspettava, dovevo portarlo avanti. Per me era una delle spinte per superare tutto. Ma era anche quello che avrei lasciato se non ce l’avessi fatta. Sono sempre stata molto consapevole della gravità della situazione e non mi sono mai raccontata favole. Ero determinata a vincere, ma questo non significava che ce l’avrei sicuramente fatta.

Volevo che Sangue Bianco parlasse per me.

 

La fotografia fa sempre parte della tua vita? Se si, c’è qualche idea, suggestione a cui stai lavorando oggi e che vuoi condividere con noi?

 

Questa esperienza mi ha fatto capire che la scrittura e la fotografia non sono accessori del mio modo di vivere, ma parte fondamentale di essa. Ho ripreso a documentare il territorio appena ne sono stata capace. Lo faccio con uno sguardo diverso, mi sembra di essere suscettibile alle minime variazioni.

Inoltre, un anno fa ho iniziato un nuovo progetto che rappresenta la mia vita dopo il trapianto di midollo osseo. Ora che sto meglio, per tutti sono guarita. Le ferite che non si vedono però esistono lo stesso.

In questo lavoro che non ho ancora mostrato e che è in corso d’opera, parlo di tutto ciò che mi ha travolta dopo aver vinto la malattia. Mentre sei impegnato a sopravvivere, devi pensare solo a questo. Quando tutto finisce, o almeno torna alla quasi normalità, ti rendi conto che intorno e dentro di te c’è la devastazione.

 Parlo di mancanze, di vuoti, di disabilità invisibili. C’è tutto questo, nel nuovo progetto.

 

Articolo apparso su Kamala Magazine, n. 3 Estate 2019.