16 febbraio 2016 | Comunicazione
Io so di non sapere
La fragilità dietro le bugie di “Perfetti sconosciuti”
by Valentina Chittano
Redazione Metropolitan ADV

Forse la cosa che più sconvolge è la facilità con cui ci si immedesima in uno di loro. A quella tavola, a quella cena, potrebbe esserci chiunque. Chiunque sarebbe in difficoltà davanti al “sadico gioco” di non avere alcuna remora e alcun segreto, almeno per poche ore.
Sì, perché anche nell’innocenza che attribuiamo alle nostre azioni, più o meno palesi, spesso neghiamo la conseguenza a cui quelle stesse azioni portano, inevitabilmente. Ecco perché le nascondiamo, a volte ci accompagnano quasi come abitudine e trasformano in abitudine anche il resto. L’abitudine a non conoscersi. E' la nostra fragilità che rende torbide le acque e quasi ci costringe a mentire, a non essere quello che davvero siamo. A difendere gli altri e noi stessi nel modo sbagliato.
Perfetti sconosciuti”, il film di Paolo Genovese nelle sale dall’11 febbraio, ha un incastro quasi surreale eppure possibile in ogni suo dettaglio.
Amici da una vita, coppie consolidate, la certezza di una conoscenza profonda. Poi basta uno squillo e le carte vengono mescolate in modo frenetico, perdendosi quasi dalle mani. Niente è come avevamo a questo punto immaginato che fosse. Meglio non sapere? E sapere mi difende da cosa? Non dalla bugia che il tempo ha solo alimentato di silenzio, di un “non detto” che equivale a un allontanamento all’apparenza impercettibile dalla persona che abbiamo accanto. Un perfetto sconosciuto.
Ironia e amarezza si intrecciano in maniera impeccabile e slacciano i fili di una riflessione obbligata.
Da vedere, con la consapevolezza che rimarrete con un punto interrogativo sullo stomaco non semplice da digerire.